“Il Coronavirus non è solo un’influenza, ecco perché”.

Nessun panico, la mortalità è bassissima anche in rapporto

alle influenze stagionali. Ma il Covid-19 va isolato e trattato.

Ecco perché

Nell’emergenza Coronavirus il surplus informativo ha generato diverse reazioni nell’opinione pubblica. In diversi casi si è passati dal panico ingiustificato alla sottovalutazione del Coronavirus Covid -19, definito “niente più di un’influenza”. In realtà, sebbene la mortalità risulti bassissima, l’epidemia va isolata e trattata per diversi motivi, soprattutto legati al funzionamento del sistema sanitario. Per questo alcuni

professori del dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Torino hanno voluto inquadrare la situazione nei termini più equilibrati di fronte ai propri studenti. Sergio Rosati e Luigi Bertolotti, professore ordinario (Malattie infettive degli animali) e professore associato, hanno inviato una lettera agli studenti del Corso di laurea in Medicina Veterinari, successivamente pubblicata sul sito della Federazione nazionale ordini veterinari italiani e ripreso, fra gli altri, dal sito wallstreetitalia. Ecco i passaggi maggiormente chiarificatori.

 

“Il salto di specie (da un animale all’uomo, ndr.) garantisce ad un nuovo virus un notevole vantaggio verso la popolazione suscettibile. L’uomo quindi rappresenta una opportunità formidabile perché rappresenta una specie abbondante, che vive in promiscuità ed è sprovvisto di memoria immunologica. I coronavirus del raffreddore sono degli alfacoronavirus e condividono ben poco del Covid 2019 in termini di cross-protezione”.

Dunque, solo quando l’immunità di popolazione avrà raggiunto un buon livello, allora il virus comincerà ad essere trasmesso con maggiore difficoltà e tenderanno ad aumentare le forme lievi, croniche o asintomatiche. Da notare che queste sono già presenti nella maggior parte degli infetti, ma ci sono ancora un 15-20% di infetti che sviluppano forme gravi che richiedono l’ospedalizzazione.

“Una caratteristica di questo virus è quella di essere molto contagioso”, proseguono i due professori, Il legame con il recettore cellulare è venti volte più forte rispetto al virus della SARS. Inoltre presenta siti per le proteasi cellulari simili a quelli dei virus influenzali associati a peste aviare ad alta patogenicità (furin-like) quindi potenzialmente in grado di dare forme a maggior tropismo tissutale, essendo queste proteasi espresse in molti tessuti”.

Differenze con l’influenza

“Il virus non è la peste nera, ma non è neanche una banale influenza”, sintetizzano i due virologi, “e vi spieghiamo perché”:

1. “L’influenza stagionale ha una mortalità di circa lo 0,1%, non banale, ma la popolazione è in gran parte immune (per pregresse infezioni, parzialmente cross-protettive verso le nuove varianti e per la vaccinazione). In un tale contesto il virus influenzale serpeggia fra la popolazione e colpisce una frazione minoritaria delle persone senza incidere in modo significativo sulla forza lavoro di un paese”.

2. “SARS-Cov2 è un virus nuovo. Non abbiamo memoria immunologica o immunità di gregge. In tali casi il virus, senza misure di controllo, avrebbe un andamento epidemico, arrivando ad interessare una larga fascia della popolazione recettiva (dove il denominatore è tutta la popolazione italiana) prima di cominciare a rallentare la progressione. Questo significa che, anche in assenza di forme gravi, una gran parte della popolazione in età lavorativa, sarebbe bloccata per settimane con immaginabili ripercussioni sull’economia nazionale. Quindi ben vengano le misure di restrizione attualmente in uso per arginare almeno i principali focolai epidemici”.

3. “Covid 2019 causa forme gravi che richiedono il ricovero nel 15% dei casi. Si tratta di polmoniti che vengono curate in terapia intensiva per diversi giorni con l’ausilio della respirazione assistita. Quindi poco importa se la categoria a rischio di decesso siano gli over settantenni, con tutto il rispetto per i nostri vecchi. Anche i quarantenni o i cinquantenni (una parte cospicua della forza lavoro) avrebbe necessità della stessa terapia. Provate a chiedervi quanti letti per terapia intensiva ci sono nelle province italiane e quanti di questi sono già giustamente occupati da pazienti che hanno subito operazioni chirurgiche, traumi, ustioni ecc. Da qui la necessità di applicare tutte le misure utili ad arginare l’espandersi dei focolai epidemici, anche se vengono percepite come eccessive”.

“Vi sarete accorti che non tutti i virologi che quotidianamente affollano le trasmissioni televisive la pensano allo stesso modo”, hanno aggiunto in conclusione i due esperti, “questo è assolutamente normale (la scienza è democratica fra gli scienziati e sensibilità e approcci diversi sono il sale del dibattito scientifico). La verità è che nessuno conosce come andrà a finire. Il principio di precauzione, se applicato bene, non sarà mai apprezzato abbastanza, se il problema sanitario poi non si verifica. Mentre una sottovalutazione del pericolo, in presenza di un’epidemia fuori controllo, farebbe scoppiare la rivoluzione. La difficoltà di prendere la giusta decisione è un sottile filo che lega questi due estremi.” 

02/03/2020

Il Presidente M.Campofreda

Il Redattore R.Alemanno

 

                                                                                                                                                                  


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