TBC BOVINA, UNA DIAGNOSI DIFFICILE

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Dr. Riccardo Alemanno

 

 

 

La TBC, unitamente alla LEB e BRC rappresentano le principali malattie da eradicare tramite il Risanamento del bestiame a mezzo di Profilassi di Stato.

Mentre per BRC e LEB sussistono esami sierologici e successive indagini quali S.A.R., F.d.C., E.L.I.S.A., per la TBC invece l’unico elemento diagnostico in vivo è attualmente rappresentato dalla intradermoreazione a mezzo di antigene tubercolare e le relative valutazioni in termine di spessore cutaneo come da DM 592/95.

Per la specie bufalina, la reazione intradermica, se e quando positiva, si estrinseca attraverso un vero gonfiore della cute, clinicamente visibile, accompagnato anche dai segni di iperemia fino all’ulcerazione cutanea. Tale reperto non lascia dubbi sulla positività di quel bufalo alla TBC e, pertanto, dichiarare un capo infetto alla TBC è in tali casi molto agevole. Quando presente, difatti, nella specie bufalina la TBC assume spesso caratteri di aggressività, sollecitando una forte risposta immunitaria che appunto si concretizza in lesioni cutanee clinicamente apprezzabili.

Per la specie bovina, invece, sussistono delle problematiche ai fini valutativi della tubercolosi.

Non di rado, infatti, a seguito della lettura con cutimetro eseguita a 72 ore dopo la intradermoreazione, è possibile valutare l’aumento della plica cutanea superiore di poco ai 4 mm, con leggera iperemia periferica o del tutto assente. In tali casi, il solo aumento cutaneo oltre lo spessore previsto, induce il Servizio Veterinario a giudicare positivo alla tubercolosi quel capo bovino. La successiva indagine anatomopatologica eseguita al macello, pero’, fornisce esito negativo alla stessa malattia, generando una discrepanza tra quanto diagnosticato in vita e quanto post-mortem. Vero è anche il contrario, cioe’, capi bovini che abbiano reagito in maniera negativa al test allergico della intradermoreazione, risultano poi positivi all’ispezione post-mortem con evidenza di generalizzazioni precoci, protratte, fino a casi in cui sia evidente il collasso delle resistenze con necrosi caseosa piu’ o meno diffusa.

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Ma in tali casi allora chi sbaglia? Il Servizio Veterinario “A” o quello “B” ?

Di certo le lesioni anatomopatologiche sono evidenziabili ed inconfutabili al macello.Viceversa, la diagnosi in vita è opinabile, pur sussistendo un certo edema cutaneo.Tali sono quindi le discrepanze che non fanno altro che acuire il pregiudizio degli allevatori nei confronti del Veterinario ASL di Sanità Animale, spesso oggetto di accuse e maldicenze per aver dichiarato infetto un capo che poi risulta non esserlo.

Da queste considerazioni, quindi, nasce l’esigenza di cercare nuove metodiche diagnostiche in vivo, a supporto della intradermoreazione, la cui valutazione nella specie bovina risente di diversi fattori quali l’età, lo stato generale di salute, il diverso genotipo, le diverse e complesse risposte immunitarie, la presenza di altre infezioni e le cross reazioni di diversi ceppi batterici.

Allo stato attuale, la Regione Campania con Decreto dirigenziale n° 153 del 15/12/2009, si propone di utilizzare il gamma interferone per la diagnosi di TBC.

 

Tuttavia, secondo  studi in merito all’impiego del gamma interferone per la specie bovina , affidarsi solo ed esclusivamente a questo test diagnostico, non fornisce una valutazione concreta dell’infezione o meno di un determinato capo bovino.

Quindi, concludendo, l’impiego del gamma interferone, va valutato unitamente alle risposte dell’intradermoreazione. In tali casi, combinando i risultati ottenuti col gamma interferone e il test allergico, potremmo avere una situazione piu’ chiara sulla presenza dell’infezione tubercolare, anche perché come da studi condotti da alcuni Autori (Pollock e Neill, 2002), il gamma interferone, impiegato come unico strumento diagnostico, fornisce un’attendibilità pari alla intradermoreazione.

grazie per la lettura

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